Tutte le macchine si consumano. Anche una perfetta ed in continuo rinnovamento come l’uomo.

La domanda è: correre consuma le ginocchia? (E le caviglie, le anche, la colonna?)

Bisogna partire da una considerazione: qualsiasi struttura si consuma o si rompe se sottoposta a cicli di lavoro eccessivi come carico o come durata.

Molti runner non agonisti cominciano la visita così: “ho fatto la maratona e poi è cominciato il dolore….” oppure “avevo cominciato ad allenarmi seriamente e …mi sono dovuto fermare”.

Diciamo subito che la cartilagine non sopporta carichi eccessivi a livello di forza, vedi quindi le ginocchia del sollevatore di pesi, ossia articolazioni con fratture cartilaginee anche importanti già in giovane età per carichi eccessivi.

Nel corridore questo avviene meno, perché il carico cui sono sottoposte le articolazioni è in rapporto al peso corporeo e difficilmente è eccessivo in un runner non agonistico, inoltre spesso la lunghezza degli allenamenti è progressiva, quindi la lunghezza della corsa e la velocità si vanno ad aumentare mano a mano solo con il tempo.

Purtroppo per le cartilagini il recupero, cioè la riparazione delle microlesioni create dalla corsa, è più lento del recupero muscolare e cardiaco ed ecco che dopo poche settimane di allenamento il cuore e i muscoli possono spingere di più e prima delle ginocchia.

Nel runner non agonista le insidie più pericolose arrivano sicuramente dalla corsa campestre che, nei punti in discesa, può dare delle accelerazioni notevoli, anche fino a 10 volte il peso corporeo all’atterraggio in velocità da alcuni salti, con fratture della cartilagine articolare per spinta eccessiva.

Nell’agonista, visti gli anni di allenamento, le cartilagini sono spesso rinforzate, come l’osso sottostante, che è il vero “sofferente” nell’uso eccessivo perché non fa in tempo a ricrescere prima della successiva prova; ecco spesso fratture da stress della tibia o edema dell’osso dei piatti tibiali.

Come gare, sicuramente la maratona è quella che dà più problemi. Anche a ritmo lento infatti il numero di cicli di lavoro dell’articolazione è elevatissimo e questa spesso non riesce a nutrirsi in tempo per i più lenti o a raffreddarsi in modo adeguato per i più veloci.

In sintesi: attenzione agli allenamenti troppo lunghi per gli amatori e ai ritmi di allenamento troppo serrati per gli agonisti.

Tendenzialmente rischia di più l’amatore perché corre con una macchina più “delicata”…